Genitori omosessuali: la differenza implica deficit?
Genitori omosessuali: la differenza implica deficit?
giovedì 10 novembre 2011
Nel nostro contesto socio-culturale la gerarchia dei valori porta spesso le persone a pensare che bisogna essere sposati, o almeno eterosessuali, per avere e poter crescere
dei figli. Tuttavia negli ultimi quarant’anni ci si trova di fronte ad un pluralismo di forme di famiglia che rende complesso venire ad una definizione univoca.
Tra queste diverse famiglie si trovano quelle caratterizzate dalla presenza di due o più persone unite dallo stesso orientamento sessuale, o dalla presenza di almeno una persona gay o lesbica implicata nella crescita di un figlio. Dato il pensiero radicato a livello culturale e la realtà di queste famiglie è necessario chiedersi se una famiglia composta da una coppia omosessuale possa essere un contesto capace di garantire tutto ciò di cui necessita un bambino per crescere in modo sano.
Negli Stati Uniti la stessa APA (1995) è pervenuta alla conclusione che i gay e le lesbiche sono buoni padri e madri e i bambini da loro cresciuti sono equilibrati e addirittura meno problematici e infelici di quelli delle tradizionali coppie eterosessuali. Inoltre nel 2000 si era espressa a favore delle unioni civili, come tutela della salute psichica delle persone omosessuali, che devono poter beneficiare come tutti i cittadini dei vantaggi affettivi e cognitivi dati dalla stabilità e dal riconoscimento sociale delle loro relazioni.
In Italia, nonostante la legge non permetta alle coppie omosessuali né di sposarsi, né di adottare un bambino, né di accedere alle tecniche di procreazione assistita, circa centomila minori crescono con almeno un genitore omosessuale. L’attuale sistema legislativo italiano non riconosce alla figura del co-genitore (genitore non biologico) i diritti ma soprattutto i doveri nei confronti del figlio. Ci si chiede che effetti possa produrre nella quotidianità e nell’equilibrio psicologico del bambino la mancanza di riconoscimento di entrambi i genitori da parte delle scuole, dei pediatri, delle altre famiglie, delle istituzioni, della società in genere.
Il rapporto tra psicoanalisi e omosessualità ha una storia complessa e sofferta, che testimonia come sia difficile separare la teorizzazione scientifica dal contesto culturale e politico. In tema di omosessualità Freud ha mostrato un atteggiamento duplice: spesso ha patologizzato l’omosessualità come una fissazione o una regressione dello sviluppo psicosessuale, ma ha anche affermato che essa «non può essere classificata come malattia », ma come «variante della funzione sessuale».
La teoria psicoanalitica e la teoria dell’apprendimento sociale argomentano come, nei primi anni di vita di un bambino, l’identificazione e l’imitazione del comportamento del genitore dello stesso sesso siano di importanza cruciale in termini di identità di genere e di definizione del ruolo sessuale.
Golombok (1983), pur concordando con queste teorie, rilevava nei suoi studi che la maggioranza dei bambini di coppie lesbiche mostra un normale sviluppo psicosessuale e lo stesso risultato è stato ottenuto anche da altri studi.
Lev, recentemente, sulla base della sua esperienza psicoterapeutica decennale, sottolinea che l’interagire in crescita con una coppia di omosessuali non comporta, né nel maschio né nella femmina alcuna deviazione nella formazione dell’orientamento sessuale, e più in generale nella loro identità sessuale. Inoltre sostiene che spesso il bambino riesce ad accettare e convivere molto bene insieme a genitori con orientamento omosessuale, semplicemente perché non si pone tante domande, problemi o pregiudizi come invece farebbe un adulto.
La preferenza sessuale dei genitori non sembra avere effetti negativi sullo sviluppo dell’identità sessuale del bambino, è invece probabile che comportamenti sessuali “disordinati” da parte di uno o di entrambi i genitori possano condizionare negativamente la crescita e lo sviluppo psico-affettivo di un figlio.
La stigmatizzazione sociale per l’omosessualità genitoriale in alcuni casi potrebbe causare problemi di carattere emotivo al bambino (APA, 1995), considerandola un elemento tanto disturbante quanto altre derisioni frequenti e ingiustificate fra i bambini, relative per esempio alla statura, alla corporatura, all’essere portatori di una anomalia o di un handicap.
A questo proposito vi offriamo una panoramica degli studi raccolti negli ultimi trent’anni che evidenziano sostanzialmente uno sviluppo emotivo, affettivo, sessuale e di identità nella norma dei bambini cresciuti all’interno di coppie omosessuali.
Riguardo ai figli …
Dal confronto tra i figli dei genitori omosessuali e i figli dei genitori eterosessuali non
emergono differenze significative riguardo al benessere psicologico (ansia, depressione, livello di auto stima, abilità cognitive e molte altre dimensioni prese in esame).
Riguardo ai ruoli di genere risulta che i figli dei genitori omosessuali si sentono meno confinati dalle norme culturali relative al genere.
I figli/e dei genitori omosessuali hanno più probabilità di prendere in considerazione relazioni omosessuali, sebbene non si identifichino necessariamente come lesbiche, gay o bisessuali.
Riguardo ai genitori …
I dati non provano con sufficiente sicurezza che l’orientamento sessuale dei genitori
sia correlato in modo forte con le preferenze degli stessi sull’orientamento sessuale dei figli. Inoltre, le madri lesbiche sembrano essere meno preoccupate delle madri eterosessuali riguardo al fatto che i figli si impegnino in attività appropriate al genere.
Una differenza trovata tra genitori eterosessuali ed omosessuali è che i primi sembrano utilizzare una scarsa condivisione dei compiti riguardo l’educazione dei figli, mentre i secondi tendono ad intraprendere una suddivisione paritaria della responsabilità di cura del bambino.
Le ricerche condotte fino ad oggi non sono in grado di fornire certezze assolute, ma dimostrano l’esistenza di miti e pregiudizi e mettono in discussione stereotipi come quello che l’omosessualità dei genitori influisca negativamente sulla formazione dell’identità di genere e che possa favorire l’omosessualità dei figli.
Accanto a questa linea di pensiero, avvalorata dai dati scientifici che i vari studi hanno riportato, non c’è da trascurare ovviamente chi per ideali, cultura, appartenenza religiosa, formazione, si pone invece sull’altro versante, fondato sulla difficoltà nel riconoscere possibilità alle coppie omosessuali di divenire genitori.
Claudio Risè, psicoanalista e docente di psicologia dell’educazione all’università di Milano ritiene che tutti pensino a soddisfare i propri desideri e diritti, considerando l’essere umano non più come una persona con un suo corpo, ma solo come un oggetto prefabbricato, organizzando la produzione di bambini come adorabili oggetti di consumo.
Nessun padre, nonostante la buona fede, può svolgere il ruolo della madre e viceversa, perché «la vita umana è inscritta in due ordini: il dato naturale, biologico, e quello simbolico che il bambino ha iscritto nella propria psiche, conscia e inconscia. I due codici simbolici, paterno e materno, sono molto diversi: la madre è colei che soddisfa i bisogni, il padre è colui che dà luogo al movimento e propone il limite, indica la direzione e stabilisce dove non si può andare».
Ovviamente lo psicoanalista fa riferimento a diversi studi, soprattutto in area anglosassone e nord europea dove da tempo ci sono casi di coppie omosessuali con figli, i quali provano che la mancanza di genitori di sesso diverso è fonte di problemi, il più evidente dei quali è la formazione dell’immagine sessuale profonda.
Nonostante le due differenti linee di pensiero e di ricerca, in campo di genitorialità omosessuale, l’una a favore o comunque che non esclude la possibilità ai gay e alle lesbiche di divenire genitori e l’altra ovviamente in contrasto con il loro desiderio di maternità e paternità, è importante pensare dal punto di vista del bambino che è costretto a dover subire stigmatizzazioni e discriminazioni legate ai pregiudizi culturali.
Spesso infatti, i bambini per paura di essere attaccati, criticati o derisi dall’esterno, come diceva David Baptiste nel 1987, possono arrivare a scindere la loro vita familiare da quella sociale. Gli esperti del settore riportano che i bambini soffrono soprattutto di sentimenti di imbarazzo, senso di colpa e di vergogna, ma le conseguenze vanno comunque valutate e misurate in base alle circostanze in cui si verifica la discriminazione ed in base alla personalità del bambino.
In questi casi l’intervento di un terapeuta può dare supporto verso l’esterno e verso l’interno della famiglia, cercando di far comprendere che la validità di un nucleo familiare non si fonda sul suo modello strutturale o sulla sua supposta “naturalità”, ma piuttosto sulla qualità delle relazioni tra le persone che lo compongono.
Lo Staff Cecopsy